
I MEDICI CUBANI IN ITALIA – Incontro con ENRIQUE UBIETA
UNA ESPERIENZA D’AMORE IN MEZZO ALLA FURIA DELLA PANDEMIA FRA I MEDICI ITALIANI DI TORINO E I CUBANI DELLA BRIGATA “HENRY REEVE” DI PRONTO INTERVENTO CONTRO I DISASTRI
LA TESTIMONIA IL DIARIO DI ENRIQUE UBIETA, giornalista e scrittore cubano in un LIBRO APPENA PRESENTATO AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO
INTERVIENE MICHELE CURTO in rappresentanza di un manipolo di giovani volontari che entrarono in ospedale, al fianco dei cubani, come interpreti.
COORDINA MAURIZIO FRATTA
A PERUGIA, 25 OTTOBRE, H 17:00 (Presso UMBRO’, via S.Ercolano)
UN AEREO SOLIDALE PER CUBA
Una grande raccolta fondi è stata effettuata in un solo mese, in diverse regioni d’Italia, ed ha raggiunto l’ambizioso progetto di noleggiare un volo, partito ieri da Milano, carico di aiuti sanitari del valore di un milione e mezzo di euro, per Cuba, colpita da pandemia, crisi economica e blocco statunitense.
In Umbria l’ormai storica associazione AsiCuba ha partecipato in modo significativo alla raccolta di fondi e un proprio rappresentante (Enrico Saccarelli) sta accompagnando la delegazione che è a Cuba in queste ore, insieme, fra gli altri, alla CGIL che ha contribuito con l’importante cifra di 280.000 euro.
Segue il comunicato stampa
Comunicato Stampa
Venerdì 27 agosto 2021
È atterrato ieri a La Habana, Cuba, il volo speciale NEOS NO990 con aiuti sanitari, stipati nella stiva e nella carlinga in ogni spazio, per un totale di carico di 208 metri cubi ed un valore di 1 milione e mezzo di euro.
Il grande sforzo che ha prodotto questo risultato straordinario, perfino al di là delle aspettative, frutto della fulminea campagna #PoniéndoleCorazónACuba promossa dall’associazione AICEC-Agenzia
per l’Interscambio Culturale ed Economico con Cuba, e da Conaci-coordinamento Cubani Residenti in Italia, è la risposta rapida degli italiani, che hanno buona memoria, alla situazione critica in cui si
trova oggi Cuba, colpita in uno stesso momento dal riesplodere della pandemia, dalla forte crisi economica frutto del totale fermo dell’industria turistica e dalle misure statunitensi di blocco economico-finanziario-commerciale contro l’isola (arrivate fino ad impedire la vendita a Cuba di respiratori polmonari). La CGIL nazionale da subito ha deciso di collaborare, e sotto lo slogan “ieri ci avete aiutato voi, oggi tocca a noi” ha raccolto in meno di un mese, con la propria capillare
organizzazione territoriale, ben 280.000 €. Ma tantissime sono state le realtà associative sparse nel nostro Paese che con entusiasmo sono entrate nell’impresa, e a tutti va il merito d’esser riusciti a spedire a Cuba, fra l’altro:
• 151 respiratori polmonari
• 41 concentratori di ossigeno doppia via in grado di produrre ossigeno per 82 pazienti
• 6000 dosi di Atracurio farmaco monodose per l’intubazione del paziente (farmaco salvavita)
• 300 maschere CPAP
• 5000 cicli di antibiotici ospedalieri per co-morbilità da Covid
• 72.000 test rapidi per il Covid-19
• Migliaia di farmaci generici per adulti (aspirine, paracetamolo, antinfiammatori, antipiretici,
anti asma, antistaminici) e pediatrici
• 80.000 mascherine FFP2 e 530.000 mascherine chirurgiche
• 105.000 siringhe
• 55.000 guanti
• 30.000 gel mani ospedalieri
Accompagna il volo una delegazione di rappresentanti di alcune fra le tante realtà aderenti, che percorrerà l’isola fino a Santiago e avrà l’onore di visitare alcuni centri ed effettuare alcune consegne secondo le indicazioni del Ministero della Sanità.
Alla partenza del volo da Milano Malpensa, in una conferenza stampa alla presenza dell’Ambasciatore della Repubblica di Cuba, sia Susanna Camusso per la CGIL che Michele Curto per AICEC, fra gli altri, hanno annunciato che la campagna non si ferma e che entro settembre partirà
per Cuba un altro carico di aiuti sanitari. In particolare, Camusso ha detto che il sistema sanitario di Cuba che è un patrimonio dell’umanità non può non ricevere il sostegno del popolo italiano.
Hanno partecipato e contribuito insieme a migliaia di cittadine e cittadini:
Sano Giusto Solidale, Comunità di SANT’EGIDIO, Nuestra América – Capitolo Italiano de la red en defensa de la humanidad, ASICUBA UMBRIA, La Villeta per Cuba – Roma e Bologna, FILOROSSO
ONLUS, Collettivo CUBA VA, Centro Studi Italia Cuba, ARCI Umbria, ARCI Piemonte, Associazione PARA UN PRINCIPE ENANO, Cooperativa BABEL, Associazione SOCIALCUBA, UNITI per CUBA, Uniendo Raices, Croce Rossa Valle Aosta, Destinazione CUBA, ARCI Città Visibili, Cambiamo Rotta, Associazione ITALIA-CUBA Salerno, ALAC Cremona, Vita Sostenibile Genova, Associazione Cristóbal, Istituto di cooperazione e sviluppo Italia-Cuba, Terra del Fuoco Mediterranea, Centro Studi Cestes USB, Associazione Treno della Memoria, Terra del Fuoco
Trentino, CubaLATAM, Associazione Havana Club Modena, Circoli dell’associazione Nazionale di Amicizia ITALIA CUBA: Cremona, Ceriale, Imperia, Como, San Marino, Trento, Coordinamento circoli dell’Associazione Nazionale di Amicizia ITALIA CUBA dell’Emilia Romagna, Contingente HUMANIMAUX (Francia), Comitato contro la guerra Milano e la Casa rossa Milano.
Si ringraziano:
UNDP (United Nation) Cuba, attraverso il PNUD e la sua piattaforma PADIT sostenuta dalla
Cooperazione Italiana e Svizzera per il contributo.
Per il sostegno e la collaborazione: l’Ambasciata di Cuba in Italia e quella d’Italia a Cuba
La Regione Piemonte per la donazione di medicinali e test rapidi per il Covid-19
Per i contributi finanziari: CGIL Italia, Sodepaz Espana, Cuba Cooperación France, Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, migliaia di cittadini con donazioni individuali
Per Info: robertoforte21@gmail.com
CUBA SOTTO ATTACCO
Parola d’ordine: LA PIAZZA E’ DELLA RIVOLUZIONE, CHE I RIVOLUZIONARI SCENDANO A DIFENDERLA
Secondo minacce e promesse che bollivano da tempo, approfittando come avvoltoi della crisi economica aggravata duramente dalla pandemia, ieri, domenica, i mercenari hanno attuato la provocazione della messa in scena della “ribellione popolare” (che sperano di scatenare), in diversi punti del Paese: chiedono il “corridoio umanitario”, l’aiuto liberatorio dell’invasione militare straniera…
Cuba non ha risposto con la repressione poliziesca, come accade in tutto il mondo “libero”, così come nel 1994 (anche allora, in mezzo a una grave crisi economica) quando fu Fidel che si presentò ai facinorosi che tiravano pietre lungo il Malecón de L’Avana.
Diaz-Canel ha lanciato un appello chiedendo ai rivoluzionari di riprendersi le piazze (dopo aver ricordato e rispiegato da dove viene la crisi economica, la scarsità di alimenti, le cause della rinascita dell’epidemia). Poi è andato a San Antonio de los Baños, periferia de L’Avana, dove c’era stata una concentrazione di protestatari.
In tutta Cuba i rivoluzionari sono usciti a difendere la loro RIVOLZIONE. Il tentativo di sfasciare il Paese, dimostrarne la ingovernabilità per ottenere un “aiuto umanitario” militare non passerà, ma certamente i criminali USA stanno creando altro dolore al popolo cubano. E i nuovi “eroi” da loro creati e usati come portavoce (compresi musicisti una volta famosi) sono sommamente disprezzabili in quanto corresponsabili di questa nuova difficoltà che si aggiunge alle altre che sta affrontando il Paese, con il coraggio che da sempre dimostra il popolo cubano.
Si sono inventati il SOSCuba… e perchè per aiutare Cuba non chiedono la fine del blocco?
AsiCubaUmbria SI UNISCE ALL’INDIGNAZIONE DEI RIVOLUZIONARI CUBANI E SI IMPEGNA A RAFFORZARE IL PROPRIO IMPEGNO A SOSTEGNO DI CUBA E DEL SUO POPOLO, a sostegno di una Rivoluzione che ha salvato il Paese dall’abbrutimento della miseria, ha educato, istruito, curato, ha aperto braccia solidali ai popoli del mondo. Noi non dimentichiamo i bambini di Chernobyl né i laureati in medicina gratuitamente (anche statunitensi) né i sanitari cubani contro l’Ebola… lungo sarebbe l’elenco.
CUBA HA DIRITTO A TUTTA LA SOLIDARIETA’ DEL MONDO
BASTA CON LA PREPOTENZA CRIMINALE degli USA
NO AL BLOCCO
VIVA LA SOLIDARIETA’, TENEREZZA DEI POPOLI
Perugia, 12 luglio 2021 AsiCubaUmbria
Una marcia per Cuba
di MAURIZIO FRATTA
A metà tra il reale ed il virtuale. Incominciata sabato 20 febbraio e conclusasi sabato 17 aprile.
Un cammino immaginario lungo 1561 chilometri da un capo all’altro dell’isola partendo da Baracoa Guantánamo per arrivare a Pinar del Río. Quattordici tappe che hanno coinvolto ottanta camminatori i cui percorsi, fatti in tempi di lockdown, si sono sviluppati intorno casa, ma i cui metri e chilometri si sono sommati gli uni con quelli compiuti dagli altri. E dove ognuno dei partecipanti ha potuto seguire dagli schermi dei propri computer o dei propri smartphone gli sviluppi, tappa per tappa. Un progetto ideato e voluto da Asicubaumbria che ha avuto lo scopo di tenere insieme e intrecciare tra loro cammino e solidarietà con Cuba, in opposizione al blocco che strangola l’economia dell’isola e che perfino impedisce e ostacola l’acquisto di dispositivi sanitari preziosi in tempi di pandemia.
Il percorso si è snodato idealmente tra i luoghi che hanno rievocato le tappe fondamentali della Rivoluzione, come l’assalto alla Caserma Moncada a Santiago di Cuba del 26 luglio del ’53 o l’invasione della Baia dei Porci del 17 aprile del ’61 messa in atto dalla Cia e respinta dalle forze rivoluzionarie in meno di 72 ore. Ma non sono mancati i riferimenti a luoghi rinomati per flora e fauna come la Valle de Viñales, patrimonio dell’umanità UNESCO, o a quelli dedicati alle tradizioni popolari come il Museo “Casa de las Guayaberas”, la camicia che con i suoi 27 bottoni, quattro tasche e file di pieghe, due davanti e tre sulla schiena, rappresenta l’indumento nazionale cubano. Per non dire dei tanti monumenti, teatri, chiese del centro storico dell’Avana o di tante altre città.
Nel marzo del 2020 l’Italia, su richiesta delle Regioni Lombardia e Piemonte travolte dalla pandemia Covid-19, ricevette aiuto da Cuba che mandò 53 medici della sua brigata internazionale di pronto intervento ad affiancare i sanitari italiani. In quei terribili giorni abbiamo conosciuto il valore di un popolo da 60 anni soffocato dal sistema di sanzioni imposto dagli USA, che non perdonano a Cuba di essere un Paese socialista a pochi passi da casa propria. Nello scorso mese di marzo il Governo italiano – accodandosi a quello degli Stati Uniti – non ha votato la Risoluzione approvata a larga maggioranza nel Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, che condannava le sanzioni imposte unilateralmente da alcuni Stati come arma coercitiva per piegare i governi e infliggere sofferenze ai cittadini di Paesi come Cuba.
Anche questa marcia, ce ne fosse ancora bisogno, è servita per marcare una distanza dalla ipocrisia, ingratitudine e mancanza di libertà che continuano a caratterizzare le scelte di politica estera del Governo italiano.
L’Ottavo Congresso del Partito comunista cubano
DI PATRIA GRANDE · 18/04/2021
di Fabio Marcelli.
Finisce oggi, lunedì 19 aprile, l’Ottavo Congresso del Partito comunista cubano, un avvenimento di grande importanza non solo per Cuba ma per tutta l’umanità.
Sono tempi duri per il pianeta. Tempi di devastazione da virus, di catastrofi ambientali imminenti, di diseguaglianze crescenti, di povertà galoppante, di violazione dei diritti umani massicce e generalizzate, di crisi di ogni ideale progressista e di trasformazione.
In tempi del genere tuttavia resiste e si ripropone con forza l’esempio di Cuba. Nonostante le gravi difficoltà economiche dovute al bloqueo, le persistenti campagne diffamatorie, la testardaggine delle amministrazioni statunitensi, qualunque ne sia il colore, sempre determinate a porre fine all’anomalia cubana, Cuba continua a dare a tutto il mondo l’indicazione di un possibile cammino diverso, basato sulla giustizia sociale, la solidarietà e l’uguaglianza fra gli esseri umani, l’esistenza di un destino collettivo da perseguire tutte e tutti insieme.
Mi sfugge il nome dell’oscuro e miserando senatore forzaitaliota che, nel momento della discussione dell’ordine del giorno di ringraziamento per l’impegno dei medici cubani in Italia contro il COVID, ha osato riproporre, come un disco rotto, la solfa scarsamente credibile del presunto mancato rispetto dei diritti umani a Cuba. Tutti sanno che è vero esattamente l’inverso, i diritti umani, di qualsiasi tipo e categoria, sono ben più rispettati e promossi nella piccola isola assediata da oltre sessant’anni che nel resto del mondo e soprattutto in Occidente. I tre milioni di vittime fin qui perite per il COVID non sono morte solo per il virus ma anche per colpa di un sistema, oggi ancora egemone a livello mondiale che antepone il profitto individuale alla protezione della vita umana.
Cuba costituisce un piccolo ma significativo segnale di controtendenza in mezzo a tanto sfacelo e a tanto squallore. Per questo l’Ottavo Congresso del Partito comunista cubano che è iniziato qualche giorno fa all’Avana costituisce un evento da seguire con attenzione e profondo rispetto.
A fine del mandato di Raul Castro da Segretario del Partito costituisce, al momento, uno degli elementi di maggiore novità di questa assise congressuale. Queste dimissioni, che non significano certo cessazione dell’impegno di questo grande rivoluzionario, che continua, vanno collocate all’interno dell’inevitabile transizione generazionale. Stante le sfide che fronteggiano il popolo cubano, occorrerà verificare la capacità collettiva del Partito comunista di guidare il paese nella resistenza all’assedio che continua e nei necessari cambiamenti.
Cambiamenti necessari che tuttavia presuppongono la continuità dei pilastri della rivoluzione cubana e anzitutto il partito. Partito che, nelle parole del Secondo Segretario, José Ramón Machado Ventura, costituisce «la garanzia dell’unità nazionale e la sintesi degli ideali di dignità, giustizia sociale e indipendenza delle generazioni di patrioti che ci hanno preceduto e di quelli che li hanno fatto propri in tutti questi anni di lotta e di vittoria».
In queste parole sembra racchiuso il nocciolo vivo e operante di sessant’anni di rivoluzione ininterrotta che ripropone oggi i suoi ideali di fondo in un contesto sempre difficile ma che potrà essere ancora una volta affrontato in modo vittorioso grazie alla partecipazione dei giovani e dei lavoratori.
Le tre commissioni del Congresso hanno avuto ad oggetto i risultati economici e sociali dal Settimo Congresso a oggi, la politica dei quadri e il funzionamento interno dell’organizzazione politica. Ciò conferma l’importanza di lavorare per migliorare ulteriormente il principale strumento che il popolo cubano ha oggi a disposizione, il suo Partito comunista.
Grazie a questo strumento ineliminabile il popolo cubano ha potuto, nei sessant’anni della Rivoluzione, attuare ed estendere le sue conquiste su tutti i piani, costituire un esempio formidabile per il resto dell’America Latina e tutti i popoli del mondo ed offrire al mondo intero, come dimostrato da ultimo dalle missioni mediche e dai vaccini di qualità prodotti in massa contro il COVID, elementi molto concreti di solidarietà e di aiuto fraterno, espressione di un’autentica vocazione internazionalista ed universalista.
Patria Grande, come parte del movimento di solidarietà internazionale nei confronti di Cuba e di tutti i Paesi dell’America Latina, guarda come sempre con ammirazione e speranza verso l’isola, della quale abbiamo enorme bisogno in questo momento, così come il popolo cubano, afflitto dal bloqueo da oltre sessant’anni, ha bisogno del nostro impegno per porre fine a questa mostruosità genocida e avanzare finalmente verso una nuova umanità.
60 anni fa: a Cuba la prima sconfitta militare degli Stati Uniti.
di Hernando Calvo Ospina
A 60 ANNI dalla TENTATA INVASIONE DI CUBA Mercenari anticastristi, organizzati dalla CIA e appoggiati da forze navali statunitensi, cercarono di stabilire una testa di ponte con l’intenzione di costituire in un «territorio liberato», un governo provvisorio, che Washington avrebbe riconosciuto, per poi immediatamente chiedere aiuto alla OSA e finirla con il governo rivoluzionario di Fidel Castro. Non ci riuscirono, fu il «fallimento perfetto».Grayston Lynch fu il primo uomo che toccò terra cubana, a playa Girón. Erano le 23,45 del 16 aprile 1961. Non lontano da lì, a playa Larga, un altro statunitense era il primo a sbarcare: William ‘Rip’ Robertson. Entrambi facevano parte della Brigada de Asalto 2506, che, addestrata ed armata dagli Stati Uniti, aveva la pretesa di invadere l’isola e abbattere il governo rivoluzionario. In meno di settanta ore fu sconfitta.A due anni prima rimonta la genesi di quel «fallimento perfetto», come lo chiamano alcuni ben informati (1). Il 19 aprile 1959 ebbero un incontro a Washington, per tre ore, l’allora vicepresidente Richard Nixon e il Primo Ministro cubano Fidel Castro. Nella sua relazione, Nixon assicurò che era necessaria un’azione di forza contro Cuba, considerando che i rivoluzionari avrebbero stabilito un sistema politico contrario agli interessi statunitensi.I fratelli Dulles, John Foster e Allen, rispettivamente Segretario di Stato e capo della CIA, si trovarono d’accordo. E da loro nasce il «Progetto Cuba», su cui coinvolsero il direttore aggiunto della CIA, Richard Bissell. Il 17 marzo 1960, il presidente Dwight Eisenhower approvò il piano da questi disegnato, che includeva guerra psicologica e azioni politiche, economiche e paramilitari. Centrale nel piano era l’organizzazione, addestramento ed equipaggiamento di esiliati cubani come forza d’invasione. Nixon assunse in prima persona la preparazione dell’aggressione: “l’addestramento segreto degli esiliati fu adottato dietro il mio appoggio diretto” (2). Il 1960 era anno di elezioni presidenziali, e Nixon, del Partito Repubblicano, affrontava John F. Kennedy, del Partito Democratico. Entrambi iniziavano i loro discorsi riferendosi al «caso cubano». Herbert Klein, segretario stampa del vicepresidente, avrebbe scritto: “Mentre facevamo la campagna elettorale ci alimentavamo con la speranza di un rapido sbarco. La sconfitta di Castro sarebbe stato un potente fattore di vittoria per Nixon.” (3)Insieme al progetto militare e propagandistico, alla fine di agosto la CIA mise in marcia un altro piano. Bissell si mise in contatto con Cosa Nostra perché eliminasse tre fra i principali dirigenti cubani. Secondo le risultanze della Commissione Church del Senato statunitense (4), alla Casa Blanca si valutava che se “Fidel, Che Guevara e Raúl Castro non fossero stati eliminati nello stesso momento”, ogni azione contro il regime cubano sarebbe stata “lunga e difficile”. Se gli assassinii riuscivano e Cuba tornava all’ovile, la CIA garantiva che la mafia avrebbe recuperato “il monopolio di gioco, droga e prostituzione.”Il 3 gennaio 1961 Washington rompe le relazioni con L’Avana. Il giorno 20, Kennedy assume la presidenza e 24 ore dopo ordina di continuare con i piani dell’aggressione, compreso l’accordo con la mafia. Anche se l’addestramento continuava in Florida, la CIA converte il Guatemala nel principale campo di addestramento, “con il suo aeroporto, il suo bordello e i suoi codici di condotta.”(5)Washington aveva ottenuto che la quasi totalità delle nazioni del continente censurasse la rivoluzione cubana. Però Messico, Brasile ed Ecuador si opposero a qualsiasi tipo di azione militare, evitando che gli Stati Uniti si servissero della Organizzazione Stati Americani, OSA, per un’operazione congiunta. Solo Guatemala e Nicaragua prestarono il proprio territorio per preparare l’aggressione.I preparativi per l’invasione erano un segreto di pulcinella. Il presidente Kennedy ripeteva costantemente che non avrebbe aggredito Cuba, ma pochi gli credevano. Mosca e Pechino avvertivano di non passare all’azione, mentre “a Londra, Parigi, Bonn o Roma, si formò una tensione straordinaria e in continua crescita. Il mondo intero si interrogava, con gli occhi puntati su Cuba.”(6)Nonostante tutto questo, negli Stati Uniti i media appena parlavano del tema. Non facevano inchieste «per autodisciplina patriottica», come disse l’ex patron della CIA, William ‘Bill’ Colby (7). Per esempio, nel New York Times la redazione sapeva nei dettagli quel che si stava preparando, “però in nome della sicurezza nazionale -dice Colby- si lasciò convincere dallo stesso presidente Kennedy a non pubblicare niente sul tema.”Il 15 aprile, su ordine presidenziale, Bissell mandò otto bombardieri B-26 a distruggere la sparuta e vecchia aviazione da combattimento cubana. Ceduti dal Pentagono, erano decollati dal Nicaragua con le insegne della Forza Aerea Rivoluzionaria, FAR (NdT-forza aerea cubana), dipinte sulle carlinghe. Dopo aver scaricato il suo carico di bombe un B-26 atterrò a Miami, e in pochi minuti dilagò la storiella: i responsabili dell’azione erano disertori.Mentre piovevano le bombe su Cuba, il suo Ministro Relazioni Estere, Raúl Roa, chiedeva all’ONU di far cessare l’aggressione degli Stati Uniti. Il capo della delegazione statunitense, Adlai Stevenson, respinse le accuse mostrando foto dell’aereo atterrato a Miami. Il suo collega britannico lo appoggiò dicendo che “il governo del Regno Unito sa per esperienza che può aver fiducia nella parola degli Stati Uniti.” (
Il giorno 16 si seppe tutta la verità. La CIA e il presidente Kennedy avevano mantenuto all’oscuro sia Stevenson che il Segretario di Stato, Dean Rusk.Durante il funerale delle vittime del bombardamento, quasi tutti civili, Fidel Castro chiamò alla mobilizzazione generale: “Ogni cubano deve occupare il posto assegnatogli nelle unità militari e centri di lavoro senza interrompere la produzione, né la campagna di alfabetizzazione.” (9) In quello stesso giorno 16 aprile pronunciò una frase che girò tutto il mondo, perché annunciava la direzione ideologica del processo: “Questo è quel che non possono perdonarci (…) che abbiamo fatto una rivoluzione socialista proprio sotto il naso degli Stati Uniti!” In quei momenti cinque navi «mercantili», piene di uomini e armi, scortate da navi della Marina statunitense, compresa una portaerei, si avvicinavano a Cuba. Erano partite dal Nicaragua e da Nueva Orleans.Secondo i piani di Washington, i mercenari della Brigada dovevano conquistare rapidamente un territorio «liberato». Lì, dagli Stati Uniti, sarebbe stato trasferito il «governo provvisorio», composto da esiliati selezionati dalla CIA. E subito Kennedy l’avrebbe «riconosciuto», il «nuovo governo» avrebbe chiesto aiuto internazionale e i Marines sarebbero sbarcati.Nelle prime ore dello sbarco, Grayston Lynch si rese conto degli errori madornali commessi dalla CIA. Le barriere di scogli impedirono l’avvicinamento delle navi, e resero difficile anche l’avanzamento delle scialuppe. Quella zona, al centro-sud di Cuba, aveva un terreno pantanoso e inospitale. Anche se il peggio fu l’aver deciso per un assalto anfibio notturno. Le truppe statunitensi avevano dimostrato, durante la seconda Guerra Mondiale le loro capacità per grandi sbarchi, ma mai di notte. Questo ora era una specie di esperimento. E così solo un pugno di uomini, dei 1511 che costituivano la Brigada 2506, riuscì ad arrivare a terra in quell’alba. E furono ricevuti a fucilate da una pattuglia di miliziani.Grazie a questi errori, le truppe cubane ebbero il tempo di confluire nella zona a la zona e iniziare la controffensiva. Da quando spuntò il sole, i pochi aerei cubani che erano sfuggiti al bombardamento cominciarono a battere le navi d’invasione. Nella mattina ne misero fuori combattimento sette, e affondarono le navi «Houston» e «Río Escondido», con la conseguente perdita dell’armamento e combustibile che trasportavano. Quasi tutti i piloti che decimarono la Brigada erano stati addestrati dagli Stati Uniti, durante la dittatura di Fulgencio Batista.Il governo rivoluzionario, sapendo quel che si andava preparando, aveva acquistato carri, cannoni, mortai e mitragliatrici da Unione Sovietica e Cecoslovacchia. Gli istruttori venuti da questi paesi, valutarono necessari due anni per addestrare un esercito capace di respingere un’invasione. “Allora c’inventammo una cosa -raccontò Fidel Castro nel 1996- che fu chiedere ai miliziani di insegnare nella sera quel che avevano appreso nella mattina” (10).José Pepe San Román, di origini cubane, che era il comandante della Brigada, constatò nella mattina del giorno 19 che tutto era perduto. E mandò un messaggio al suo responsabile nella CIA: “Per favore, non abbandonateci!” (11) A sera, a Playa Girón, il tentativo di invasione era sconfitto. Quasi tutta la Brigada fu catturata: 1197 uomini. Che pensavano di essere destinati alla fucilazione, ma Fidel Castro ordinò che fossero lasciati in vita. In combattimento ne morirono 114, inclusi quattro piloti statunitensi. Anni dopo Lynch avrebbe ricordato: “Per la prima volta, ai miei trentasette anni di vita, mi vergognai del mio paese.” (12)Non ci fu nessun tentativo di insurrezione interna in appoggio allo sbarco. La CIA aveva calcolato che sarebbe avvenuto spontaneamente, senza, incredibilmente, prendere in considerazione le stesse informazioni di cui era in possesso. A metà del 1960 “si fece un sondaggio su incarico della CIA, che rivelò come l’immensa maggioranza della gente appoggiava Castro.”(13) Bissell e Dulles sapevano che senza un’insurrezione popolare, sarebbero stati necessari 5.000 uomini per poter occupare un settore del paese.Davanti a questo trionfo, il 23 aprile 1961 Fidel Castro disse: “l’imperialismo yankee ha sofferto in America Latina la sua prima grande sconfitta!”(14). Il giorno dopo, e con ben altro tipo di emozione, il presidente Kennedy riconobbe la responsabilità degli Stati Uniti. Colby dice che davanti a tale «umiliazione», Kennedy espresse la sua collera con la voglia di “spargere le ceneri della CIA ai quattro venti”. Allen Dulles e Richard Bissell dovettero dimettersi qualche mese dopo.Il 22 dicembre 1962 i prigionieri furono mandati in Florida. Per la loro liberazione, L’Avana aveva chiesto 53 milioni di dollari in generi alimentari, medicine e attrezzature mediche. Sette giorni dopo, durante una cerimonia a Miami, San Román consegnò a Kennedy una replica della bandiera della Brigada. Il presidente assicurò che l’avrebbe «restituita a L’Avana liberata». Quindici anni dopo, l’associazione degli ex brigatisti chiese al Museo Kennedy che le venisse restituita, visto che l’impegno non era stato rispettato. Gliel’hanno resa per posta!
Note:1. Arthur Schlesinger Jr, «La Baie des Cochons, retour sur un échec parfait», Le Monde, Paris, 11 aprile 2001, Paris. 2. Richard Nixon. Six Crises. Simon & Schuster, Nueva York, 1990.3. The San Diego Union. San Diego, 25 marzo 1962.4. Commissione presieduta dal senatore Frank Church. «Alleged Assassination Plots Involving foreign Leaders.» An Interim report of the Select Committee to Study Governmental Operations With Respect to Intelligence Activities United States Senate Together. Washington, Novembre, 1975.5. Tim Weiner, Legado de Cenizas. Historia de la CIA. Debate, Barcelona, 2008.6. Haynes Johnson, The Bay of Pigs. W. W. Norton. Nueva York, 1964 .7. William Colby. Honorable men. My life in the CIA. Simon and Schuster. Nueva York. 1978.8. Daniel Ganser. » Retour sur la crise des missiles à Cuba. » . Le Monde Diplomatique , Paris, novembre 2002.9. Fidel Castro e José Ramón Fernández, Playa Girón, Pathfinder, New York, 4ta edizione, 2007.10. F. Castro y J. Ramón Fernández. Op.Cit.11. Haynes Johnson. Op.Cit.12. Grayston Lynch. Decision for Disaster: Betrayal at the Bay of Pigs. Potomac Book, Washington, 2000.13. Tim Weiner. Op.Cit.14. F.Castro y J. Ramón Fernández. Op.Cit.
(traduzione Anna Serena Bartolucci)
BLOCCO- IL PRIMO GIORNO secondo GABRIEL GARCIA MARQUEZ
Quella notte, la prima notte del blocco, c’erano a Cuba circa 482.560 automobili, 343.300 frigoriferi, 549.700 apparecchi radio, 303.500 televisori, 352.900 ferri da stiro, 286.400 ventilatori, 41.800 lavatrici automatiche, 3.510.000 orologi da polso, 63 locomotive e 12 navi mercantili. Tutti, tranne gli orologi da polso che erano svizzeri, erano stati prodotti negli Stati Uniti.Doveva passare un po’ di tempo prima che la maggior parte dei cubani si rendesse conto di cosa significassero quei numeri mortali nella loro vita.Dal punto di vista della produzione, Cuba si scoprì improvvisamente un paese non indipendente, piuttosto una penisola commerciale degli Stati Uniti.Oltre al fatto che le industrie dello zucchero e del tabacco dipendevano interamente dai consorzi yankee, tutto ciò che si consumava nell’isola era prodotto dagli Stati Uniti, o nel territorio USA o nella stessa Cuba. L’Avana e altre due o tre città dell’interno davano l’impressione della felicità dell’abbondanza, ma in realtà non c’era nulla che non fosse straniero, dagli spazzolini da denti agli hotel di vetro a venti piani sul Malecón.Cuba importava dagli Stati Uniti quasi 30.000 articoli utili e inutili per la vita quotidiana. Peraltro i migliori clienti di quel mercato di illusioni erano gli stessi turisti che arrivavano in ferry boat da West Palm Beach e in Sea Train da New Orleans, perché anche loro preferivano comprare senza tasse gli articoli importati dal loro paese.La papaia creola, scoperta a Cuba da Cristoforo Colombo durante il suo primo viaggio, era venduta nei negozi refrigerati con l’etichetta gialla dei coltivatori delle Bahamas. Le uova d’allevamento che le casalinghe disprezzavano per il loro tuorlo languido e il loro gusto da farmaco avevano il timbro di fabbrica dei contadini della Carolina del Nord impresso sul guscio, ma alcuni esperti produttori le lavavano con il solvente e le spalmavano di cacca di gallina per venderle a più caro prezzo come se fossero creole.Non c’era settore di consumo che non dipendesse dagli Stati Uniti. Le poche fabbriche di beni elementari che erano state create a Cuba per approfittare della manodopera a basso costo erano assemblate con macchinari di seconda mano che erano già a fine corsa nel loro paese d’origine. I tecnici più qualificati erano statunitensi, e la maggior parte dei pochi tecnici cubani aveva ceduto alle offerte luminose dei loro datori di lavoro stranieri ed erano partiti con loro per gli Stati Uniti.Non c’erano nemmeno magazzini di pezzi di ricambio, perché l’illusoria industria cubana si basava sul presupposto che i suoi pezzi di ricambio erano a sole 90 miglia di distanza; bastava una telefonata perché il pezzo più difficile arrivasse sull’aereo successivo senza dazi doganali o ritardi.Nonostante un tale stato di dipendenza, gli abitanti della città avevano continuato a spendere senza misura quando il blocco era già una realtà brutale. Anche molti cubani che erano disposti a morire per la Rivoluzione, e alcuni fra quelli che senza dubbio morirono per essa, continuarono a consumare con infantile allegria. Inoltre, le prime misure della Rivoluzione avevano immediatamente aumentato il potere d’acquisto delle classi più povere, che allora non avevano altra nozione di felicità che il semplice piacere di consumare.Molti sogni rimandati per mezza vita e anche per intere vite improvvisamente si realizzavano. Solo le cose che si erano esaurite nel mercato non erano state rifornite, e alcune non sarebbero state sostituite per molti anni, così che i magazzini, abbaglianti nel mese precedente, rimasero irrimediabilmente spogli.Cuba era in quei primi anni il regno dell’improvvisazione e del disordine. (…) Il sentimento nazionale era così in subbuglio per quella burrasca incontenibile di novità e autonomia, e allo stesso tempo le minacce dell’opposizione ferita erano così reali e imminenti, che molte persone confondevano una cosa con l’altra e sembravano pensare che anche la carenza di latte potesse essere risolta sparando.L’impressione di una festa fenomenale che la Cuba di allora suscitava nei visitatori stranieri aveva un vero fondamento nella realtà e nello spirito dei cubani, ma era un’innocente ubriacatura sull’orlo del disastro.Ero tornato a L’Avana per la seconda volta all’inizio del 1961, in qualità di inviato speciale di Prensa Latina, e la prima cosa che mi colpì fu che l’aspetto apparente del paese era cambiato molto poco, ma la tensione sociale cominciava ad essere insostenibile. Avevo volato da Santiago a L’Avana in uno splendido pomeriggio di marzo, guardando fuori dal finestrino i campi miracolosi di quella patria di villaggi polverosi, le baie nascoste, e lungo tutto il tragitto avevo notato segni di guerra.Grandi croci rosse dentro cerchi bianchi erano state dipinte sui tetti degli ospedali per renderli sicuri da prevedibili bombardamenti. Cartelli simili erano stati posti anche su scuole, templi e case di riposo. Negli aeroporti civili di Santiago e Camaguey c’erano cannoni antiaerei della seconda guerra mondiale coperti da teloni di camion da carico, e le coste erano pattugliate da motoscafi che erano stati usati per scopi ricreativi e che poi erano stati destinati a impedire gli sbarchi.Ovunque si vedevano le devastazioni dei recenti sabotaggi: campi di canna da zucchero bruciati con bombe incendiarie da aerei inviati da Miami, rovine di fabbriche fatte saltare in aria dall’opposizione interna, campi militari improvvisati in zone difficili dove i primi gruppi ostili alla Rivoluzione cominciavano ad operare con armi moderne e ottime risorse logistiche.All’aeroporto de L’Avana, dove era evidente che si cercava di dissimulare l’atmosfera di guerra, c’era un cartello gigantesco da un’estremità all’altra del cornicione dell’edificio principale: “Cuba, Territorio Libero d’America”. Invece degli uomini barbuti di un tempo, la sorveglianza era affidata a giovanissimi miliziani in uniforme verde oliva, tra cui alcune donne, e le loro armi erano ancora quelle dei vecchi arsenali della dittatura. Fino ad allora non ce n’erano altri.Il primo armamento moderno che la Rivoluzione riuscì a comprare, nonostante le pressioni contrarie degli Stati Uniti, era arrivato dal Belgio il 4 marzo precedente, a bordo della nave francese “La Coubre”, che saltò in aria al molo de L’Avana con 700 tonnellate di armi e munizioni nelle stive, a causa di un’esplosione provocata. L’attacco causò anche 75 morti e 200 feriti tra i lavoratori del porto, ma non fu rivendicato da nessuno, e il governo cubano lo attribuì alla CIA.Fu alla sepoltura delle vittime che Fidel Castro proclamò lo slogan che sarebbe diventato il motto della nuova Cuba: Patria o morte. L’avevo visto scritto per la prima volta nelle strade di Santiago, l’avevo visto dipinto con un largo pennello sugli enormi manifesti di propaganda delle compagnie aeree e di dentifrici statunitensi sulla strada polverosa dell’aeroporto di Camaguey, e l’ho ritrovato ripetuto senza sosta su cartoni di fortuna nelle vetrine dei negozi per turisti dell’aeroporto de L’Avana, nelle sale e nei banconi, e dipinto con la biacca sugli specchi dei parrucchieri e col rossetto sulle finestre dei taxi.Si era raggiunto un tale grado di fibrillazione sociale che non c’era un luogo o un momento in cui quello slogan di rabbia non fosse scritto, dai mulini dei vecchi zuccherifici fino in calce ai documenti ufficiali, e la stampa, la radio e la televisione lo ripetevano senza pietà per giorni e mesi interminabili, fino a diventare parte dell’essenza stessa della vita cubana.A L’Avana, la festa era al suo apice. C’erano splendide donne che cantavano sui balconi, uccelli luminosi nel mare, musica ovunque, ma sullo sfondo del giubilo si sentiva il conflitto creativo di un modo di vivere già condannato per sempre, che lottava per prevalere contro un altro modo di vivere, ancora ingenuo, ma ispirato e demolitore.La città era ancora un santuario del piacere, con macchine della lotteria anche nelle farmacie e auto troppo grandi per gli angoli coloniali, ma l’aspetto e il comportamento della gente stavano cambiando in modo brutale. Tutti i sedimenti del sottosuolo sociale erano venuti in superficie, e un’eruzione di lava umana, densa e fumante, si diffondeva incontrollata negli angoli e nelle fessure della città liberata, contaminando ogni sua ultima fessura con una vertigine di massa.Il fatto più notevole era la naturalezza con cui i poveri si erano seduti sulle sedie dei ricchi nei luoghi pubblici. Avevano invaso gli atrii degli alberghi di lusso, mangiavano con le dita sulle terrazze delle caffetterie del Vedado, e si cuocevano al sole nelle piscine d’acqua dai colori vivaci dei vecchi club esclusivi di Siboney. Il guardiano dai capelli biondi dell’Hotel Habana Hilton, che cominciava a chiamarsi Habana Libre, era stato sostituito da utili miliziani che passavano la giornata a convincere i contadini che potevano entrare senza paura, mostrando loro che c’era una porta d’entrata e una d’uscita, e che non c’era rischio di prendere una polmonite, anche se entravano sudati nella hall refrigerata.Un legittimo guappo di Luyanó, magro e snello, in camicia con farfalle dipinte e scarpe di vernice con tacchi da ballerina andalusa, aveva tentato di entrare all’indietro per la porta girevole di vetro dell’Hotel Riviera, proprio mentre la succulenta e imperiale moglie di un diplomatico europeo cercava di uscire. In uno scatto di panico istantaneo, il marito che la seguiva cercò di forzare la porta da una parte, mentre i miliziani agitati cercavano di forzarla dall’esterno dall’altra parte. La donna bianca e l’uomo nero rimasero intrappolati per una frazione di secondo nella bussola di vetro, schiacciati nello spazio previsto per una sola persona, finché la porta non tornò indietro, e la donna corse confusa e arrossita, senza nemmeno aspettare il marito, nella limousine che l’aspettava con la porta aperta e che partì all’istante. L’uomo nero, non sapendo bene cosa fosse successo, rimase confuso e tremante:- Dannazione, sospirò, odorava di fiori!Erano inciampi frequenti. E comprensibili, perché il potere d’acquisto della popolazione urbana e rurale era aumentato considerevolmente in un anno. Le tariffe dell’elettricità, del telefono, dei trasporti e dei servizi erano state ridotte a livelli umani. I prezzi degli alberghi e dei ristoranti, così come le tariffe dei trasporti, erano stati drasticamente ridotti, e si organizzavano escursioni speciali dalla campagna alla città e dalla città alla campagna, spesso gratuite.D’altra parte, la disoccupazione stava diminuendo a passi da gigante, i salari stavano aumentando, e la Riforma Urbana aveva alleviato l’angoscia mensile degli affitti, e l’istruzione e il materiale scolastico non costavano nulla.Le venti leghe di farina d’avorio delle spiagge di Varadero, un tempo possedute da un solo proprietario e riservate al godimento dei troppo ricchi, furono aperte incondizionatamente a tutti, compresi gli stessi ricchi. I cubani, come il popolo dei Caraibi in generale, avevano sempre creduto che il denaro fosse buono solo per spenderlo, e per la prima volta nella storia del loro paese lo stavano verificando nella pratica.Credo che pochissimi di noi fossero consapevoli del modo furtivo ma irreparabile in cui la scarsità si stava insinuando nelle nostre vite. Anche dopo lo sbarco a Playa Girón, i casinò erano ancora aperti, e alcune puttanelle senza turisti bazzicavano la zona in attesa che qualche occasionale vincitore alla roulette potesse salvar loro la serata. (…) Ma le notti de L’Avana e di Guantanamo erano ancora lunghe e insonni, e la musica delle feste andava avanti fino all’alba.Questi scatti della vecchia vita mantenevano un’illusione di normalità e di abbondanza che né le esplosioni notturne, né le voci costanti di aggressioni infami, né l’imminenza reale della guerra potevano spegnere, ma che da tempo aveva cessato di essere vera. A volte non c’era carne nei ristoranti dopo mezzanotte, ma non ci importava, perché forse c’era del pollo. A volte non c’erano banane, ma non ci importava, perché forse c’erano patate dolci. I musicisti nei club vicini e i papponi imperterriti che aspettavano la messe della notte davanti a un bicchiere di birra sembravano distratti quanto noi dall’inarrestabile erosione della vita quotidiana.Le prime code erano apparse nel centro commerciale e un incipiente ma molto attivo mercato nero cominciava a controllare i beni industriali, ma non si pensava seriamente che questo avvenisse perché mancavano le cose, ma al contrario, perché c’erano soldi in eccesso.All’epoca, qualcuno aveva avuto bisogno di un’aspirina dopo il cinema e non riuscivamo a trovarla in tre farmacie. La trovammo nella quarta, e il farmacista ci spiegò senza allarmarsi che l’aspirina scarseggiava da tre mesi. La verità è che non solo l’aspirina, ma molte cose essenziali scarseggiavano da più di tre mesi, ma nessuno sembrava pensare che sarebbero finite completamente.Quasi un anno dopo che gli Stati Uniti avevano decretato l’embargo totale sul commercio con Cuba, la vita continuava senza molti cambiamenti degni di nota, non tanto nella realtà quanto nello spirito della gente.Ho preso coscienza del blocco in modo brutale, ma allo stesso tempo un po’ lirico, come avevo preso coscienza di quasi tutto nella vita. Dopo una notte di lavoro nell’ufficio di Prensa Latina, sono uscito da solo e a malincuore alla ricerca di qualcosa da mangiare. Era l’alba. Il mare era calmo e uno spazio arancione lo separava dal cielo all’orizzonte.Ho camminato lungo il centro del viale deserto, contro il vento di salnitro del Malecón, cercando qualche posto aperto per mangiare sotto i portici di pietre decadute e trasudanti della città vecchia. Alla fine trovai una locanda con una saracinesca di metallo chiusa, ma senza lucchetto, e cercai di sollevarla per entrare, perché dentro c’era luce e un uomo stava lucidando i bicchieri al bancone. Avevo appena cominciato quando sentii dietro di me il suono inconfondibile di un fucile che veniva montato, e la voce di una donna, molto dolce, ma determinata:-Stai fermo, compagno, disse, alza le mani.Era un’apparizione nella nebbia dell’alba. Aveva un viso molto bello, con i capelli legati alla nuca in una coda di cavallo, e la sua camicia della milizia inzuppata dal vento del mare. Era spaventata, senza dubbio, ma i suoi tacchi erano ben piantati a terra, e impugnava il suo fucile come un soldato.-Ho fame, ho detto.Forse l’ho detto con troppa convinzione, perché solo allora ha capito che non avevo cercato di entrare con la forza nella locanda, e la sua diffidenza si è trasformata in pietà.-È troppo tardi, ha detto.-Al contrario, risposi, il problema è che è troppo presto. Quello che voglio è la colazione.Poi ha fatto gesti verso l’interno attraverso il vetro e ha convinto l’uomo a servirmi qualcosa, anche se mancavano due ore all’apertura. Ho chiesto uova fritte con prosciutto, caffè con latte e pane e burro, e un succo fresco di qualsiasi frutta. L’uomo mi disse con precisione sospettosa che non c’erano uova e prosciutto da una settimana e niente latte da tre giorni, e che tutto quello che poteva servirmi era una tazza di caffè nero e pane non imburrato, e semmai un po’ di maccheroni riscaldati dalla sera prima. Sorpreso, gli ho chiesto cosa stava succedendo con il cibo, e la mia sorpresa era così innocente che era lui ad essere sorpreso.-Va tutto bene, ha detto, è solo che questo paese è andato all’inferno.Non era un nemico della Rivoluzione, come avevo immaginato all’inizio. Al contrario: era l’ultimo di una famiglia di undici persone che era fuggita in blocco a Miami. Aveva deciso di rimanere, e infatti rimase per sempre, ma la sua professione gli permetteva di decifrare il futuro con elementi più reali di quelli di un giornalista che aveva passato la notte in bianco. Pensava che entro tre mesi avrebbe dovuto chiudere la locanda per mancanza di cibo, ma non gli importava molto, perché aveva già dei piani molto ben definiti per il suo futuro personale.E’ stata una previsione inequivocabile. Il 12 marzo 1962, quando erano passati trecentoventidue giorni dall’inizio del blocco, fu imposto un drastico razionamento dei prodotti alimentari. Ad ogni adulto veniva assegnata una razione mensile di tre libbre di carne, una libbra di pesce, una libbra di pollo, sei libbre di riso, due libbre di burro, una libbra e mezza di fagioli, quattro once di burro e cinque uova. Era una razione calcolata in modo che ogni cubano consumasse una quota normale di calorie al giorno. C’erano razioni speciali per i bambini, secondo la loro età, e tutti i minori sotto i quattordici anni avevano diritto a un litro di latte al giorno.Più tardi, chiodi, detersivi, lampadine e molti altri beni di utilità domestica cominciarono a scarseggiare, e il problema delle autorità non era quello di razionarli, ma di procurarseli. La cosa più ammirevole era vedere fino a che punto le carenze imposte dal nemico concentravano la tenuta del morale sociale.Lo stesso anno in cui fu stabilito il razionamento, si verificò la cosiddetta Crisi d’Ottobre, che lo storico inglese Hugh Thomas ha descritto come la più grave nella Storia dell’Umanità, e la stragrande maggioranza del popolo cubano rimase in stato di allerta per un mese, immobile nei suoi luoghi di combattimento fino a quando il pericolo sembrava essere stato scongiurato, e pronto ad affrontare la bomba atomica a fucilate.Nel mezzo di quella mobilitazione massiccia che sarebbe stata sufficiente a scardinare qualsiasi economia consolidata, la produzione industriale raggiunse cifre inaudite, l’assenteismo in fabbrica finì, e furono superati ostacoli che in circostanze meno drammatiche sarebbero stati fatali. Un’operatrice telefonica di New York disse in quell’occasione ad una collega cubana che negli Stati Uniti avevano molta paura di quello che poteva succedere.“Noi invece, qui siamo molto tranquilli”, rispose la cubana. Dopo tutto, la bomba atomica non fa male.Il paese ha poi prodotto abbastanza scarpe perché ogni abitante a Cuba potesse comprarne un paio all’anno, la distribuzione venne incanalata attraverso le scuole e i luoghi di lavoro. Solo nell’agosto 1963, quando quasi tutti i negozi furono chiusi perché non c’era materialmente nulla da vendere, la distribuzione di vestiti fu regolata. Iniziarono con il razionamento di nove articoli, tra cui i pantaloni da uomo, la biancheria intima per entrambi i sessi e alcuni tessuti, ma nel giro di un anno dovettero portarlo a quindici.Quel Natale fu il primo della Rivoluzione che fu celebrato senza maialino e torrone, e i giocattoli furono razionati. Tuttavia, e proprio grazie al razionamento, fu anche il primo Natale nella storia di Cuba in cui tutti i bambini senza distinzione ebbero almeno un giocattolo.Nonostante l’intenso aiuto sovietico e quello della Cina Popolare, non meno generosa in quel momento, e nonostante l’assistenza di numerosi tecnici socialisti e latinoamericani, il blocco era allora una realtà ineluttabile che doveva contaminare anche le più recondite fessure della vita quotidiana e accelerare i nuovi irreversibili indirizzi della storia di Cuba.Le comunicazioni con il resto del mondo erano state ridotte al minimo indispensabile. I cinque voli giornalieri per Miami e i due voli settimanali di Cubana de Aviación per New York erano stati interrotti dalla crisi di ottobre. Le poche compagnie aeree latinoamericane che avevano voli per Cuba sparirono quando i loro paesi interruppero le relazioni diplomatiche e commerciali, e rimase solo un volo settimanale dal Messico, che per molti anni servì come cordone ombelicale con il resto del continente Americano, ma anche come canale di infiltrazione dei servizi di sovversione e spionaggio degli Stati Uniti.Cubana de Aviación, con la sua flotta ridotta agli epici Bristol Britannia, che erano gli unici la cui manutenzione poteva essere assicurata da accordi speciali con i produttori britannici, mantenne un volo quasi acrobatico attraverso la rotta polare fino a Praga. Una lettera da Caracas, a meno di 1.000 chilometri dalla costa cubana, doveva fare il giro del mondo per raggiungere L’Avana. La comunicazione telefonica con il resto del mondo doveva avvenire attraverso Miami o New York, sotto il controllo dei servizi segreti degli Stati Uniti, per mezzo di un preistorico cavo sottomarino che fu rotto quando una nave cubana lasciò la baia de L’Avana, trascinando l’ancora che avevano dimenticato di alzare.L’unica fonte di energia erano i cinque milioni di tonnellate di petrolio che le petroliere sovietiche trasportavano ogni anno dai porti del Baltico, a 14.000 chilometri di distanza, e con una frequenza di una nave ogni 53 ore.La “Oxford”, una nave della CIA equipaggiata con tutti i tipi di apparecchiature di spionaggio, ha pattugliato per diversi anni le acque territoriali cubane per assicurarsi che nessun paese capitalista, tranne i pochissimi che osavano, andasse contro la volontà degli Stati Uniti. Era anche una provocazione calcolata in piena vista del mondo intero. Dal Malecon de L’Avana o dai quartieri alti di Santiago, si poteva vedere di notte il profilo luminoso di quella nave di provocazione ancorata nelle acque territoriali. Forse pochi cubani ricordavano che dall’altra parte del Mar dei Caraibi, tre secoli prima, gli abitanti di Cartagena de Indias avevano subito un dramma simile.(…) Nessuno poteva immaginare, nell’incerto anno nuovo 1964, che i tempi peggiori di quel blocco ferreo e senza cuore dovevano ancora venire, e che si sarebbe arrivati al punto che persino l’acqua potabile sarebbe finita in molte case e in quasi tutti gli stabilimenti pubblici.
Pubblicato da Editor en Jefe| Cuba, PoliticaQuesto articolo è stato pubblicato in Proceso No. 0090- 01. 24 luglio 1978.
candidatura al Premio Nobel per la Pace 2021 al Contingente Henry Reeve


ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE
DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
Testo tratto dalla lettera di candidatura proposta dal prof.Mauro Volpi all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2021 al Contingente Henry Reeve
Autore: Granma | internet@granma.cu , 22 dicembre 2020
Stimata Sra. Berit Reiss-Andersen, Chair of the Nobel Committee
Stimati Members of the Nobel Committee
Il Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Situazioni di Disastri e Gravi Epidemie “Henry Reeve”, un’organizzazione di alta formazione medica senza precedenti al mondo, in 15 anni di attività ha dato un determinante contributo agli sforzi internazionali per la cooperazione sanitaria fra le nazioni, come riconosciuto dalla OMS quando nel 2017 le assegnò un premio per aver “disseminato un messaggio di speranza per tutto il mondo”.
Ha effettuato missioni in 45 Paesi, di tutti i continenti (terremoti, alluvioni, uragani, epidemie di colera e Ebola), prestando assistenza medica a milioni di persone. Contro la pandemia COVID-19 i sanitari “Henry Reeve” mobilitati durante 5 mesi sono stati 3.700 (donne per il 61,2%), e sono intervenuti in 38 Paesi, anche in Italia e in Europa, e sempre in forma volontaria e gratuita.
Il Contingente Internazionale “Henry Reeve” incarna perfettamente i valori del Premio Nobel per la Pace, perché, basato sull’unico obiettivo di salvare vite umane, difende il diritto umano alla salute, senza distinzione di etnia, religione, ideologia politica o condizione economico-sociale. E mettendo concretamente in pratica la solidarietà, che unisce le persone e i popoli, promuove il diritto umano alla pace, unica garanzia per il godimento dei diritti umani inerenti la dignità di tutti gli esseri umani.
Sinceramente
Mauro Volpi
Prof. Diritto Costituzionale Italiano e Comparato / Diritto Costituzionale Università di Perugia (in quiescenza dal 2019)
Ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura
Vicepresidente della Commissione Congiunta dei Poteri Giudiziari Europei e Latino-americani. Vicepresidente del Centro Studi Giuridici e Politici della Regione dell’Umbria.
(Asicuba/ GM – Granma Int.)
NOTA IMPORTANTE:
La candidatura proposta dal prof. Mauro Volpi all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2021 al Contingente Henry Reeve è stata ufficialmente accettata dal Comitato norvegese del Nobel Institute.
La proposta del prof.Mauro Volpi, giurista molto noto e stimato anche fuori della sua Umbria, si aggiunge alle tante proposte giunte a Oslo da tutti i Paesi del mondo.
Medici cubani a Torino

